Lettera dalla colonia terrestre

Diario, pagine

Mentre mi lavavo i denti e fissavo distrattamente lo specchio, si è affacciato alla mente questo pensiero: ci sono cieli dentro altri cieli, entro altri cieli. E ho pensato a quanto è difficile per le persone accorgersi di queste dimensioni. Anche se incontrassimo per strada qualcuno ‘spostato’ in qualcuna di queste realtà, non ce ne accorgeremmo. La vita ci distrae troppo e non resta alcuno spazio per il resto. Intendo che la vita non è tutta qui, in ciò che ‘si vede’, ma prosegue, all’infinito, in tutte le direzioni. E la capacità di poter guardare dipende da quanto spazio togliamo alle distrazioni.

Dopo questo momento di riflessione, sono andato a cercare alcuni bigliettini su cui avevo scritto alcuni pensieri il giorno prima. Volevo riportarli in questo diario. Questo è quello che salverei: 

“Preoccupati solo di lasciarti essere e la cosa ‘più giusta’ verrà ad ogni momento. In realtà non si può parlare nemmeno di ‘cosa giusta’, ciò che arriva è ciò che accade e questo è tutto”.

Da qualche tempo, sono alla ricerca di una mia ‘posizione’ da cui guardare il mondo per definire più chiaramente me stesso. Non si tratta ovviamente di una qualche definizione ordinaria, relativa alla vita sociale che ci circonda, un ruolo, uno status o qualcosa di questo genere, ma di una definizione in negativo. Nello scoprire lentamente, giorno dopo giorno, l’impossibilità di essere qualcuno o qualcosa, libero la mia individualità da quello che è appunto, secondo me, il fardello del doversi definire. E torniamo al bigliettino: ‘lasciarsi essere’; e aggiungo: ‘in pura fiducia’.

Nel mondo ordinario, che a me spaventa per quanto irreale sia nei fatti e nella sostanza, trovo coraggioso qualsiasi tentativo esistenziale di definirsi. Il mondo collettivo fatto di normale quotidianità sembra un atto eroico. Ma non so quanto le individualità di ciascuno potrebbero auto reggersi se dovessero comprendere fino in fondo il loro vero stato di sospensione, appesi come sono al filo di un sogno.

Rispetto a questo, ho cominciato a scavare nelle certezze del vivere. E tanto ho scavato, e continuo a scavare, che torno continuamente al ‘lasciarsi essere’, all’abbandono. Nei momenti di più grande lucidità, penso che nulla potrebbe essere diverso da ciò che è, in ciascun attimo dell’esistenza, e che accettare questo significa giungere al più alto grado umano di libertà. Oltre questo può esserci solo un ritorno alla non-esistenza.

Sto tornando, letteralmente, al punto di partenza, cioè a prima che tutta la mia vita mentale prendesse avvio. Infatti, il cinguettio di questo passero, come alcune sfumature della luce solare, sono esattamente le stesse di quarant’anni anni fa. Tutte le esperienze della mia vita sono state il carburante per disimparare. Per fortuna le ho utilizzate per arrestare e rimandare indietro la vita mondana e continuare ad evolvermi. Per fortuna! Grazie a questo, prima del tramonto della vita terrena, sto riuscendo a trasformare gran parte dei miei malesseri, delle incomprensioni con le persone che avrei dovuto amare e molte delle idee di giusto o sbagliato che avevo su me stesso.

La sera, al calar della luce

cerco un altra luce,

cerco la mia intimità con Te;

e tu mi soccorri, mi dai un cenno,

mi sollevi e mi lanci in quei cieli

ultramondani, senza spazio 

e senza tempo,

dove trovo il coraggio di arrendermi,

di abbandonarmi al me di sempre,

un atomo senza forma

e di pura presenza.

(Tratto da: Aldo Strisciullo, La Setta dei Poeti, Pubblicazioni indipendenti, 2023)

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