Il falso mito dell’adolescenza ribelle

Dalla metà del novecento nella cultura occidentale si è creato il mito dell’adolescente ribelle. Come in attesa di una bomba ad orologeria, molti genitori si preparano al momento in cui si sentiranno vittime di questa ribellione. Quando il momento arriva, gli adulti sembrano sentirsi autorizzati ad abbandonare ogni riflessione critica e a dissimulare le difficoltà con questa frase: “Si sa, è l’età che lo porta ad essere oppositivo, a non ascoltare”. Così circola, al livello di idee, la convinzione che l’adolescenza sia una tappa della crescita che passa attraverso il rituale della ribellione all’ordine sociale, come se fosse un processo di natura biologica.

Come dimostrano gli studi Barbara Rogoff, l’atteggiamento dei nostri bambini dipende dal modo particolare che noi adulti abbiamo di considerare l’infanzia, dalle nostre aspettative e dai nostri modelli culturali. In occidente, ad esempio, la scuola, scrive la Rogoff, “rappresenta un momento di ‘segregazione’ dalle attività della comunità, legate alla storia dello sviluppo economico e al processo culturale dell’industrializzazione”. Ovvero riteniamo che i bambini non debbano occuparsi di altro se non di studiare e apprendere quelle conoscenze (astratte) che li renderanno partecipi, in futuro, della vita sociale. Inoltre, abbiamo concezioni tutte nostre riguardo a come i nostri figli debbano imparare a crescere e socializzare. Ad esempio, per sviluppare la mente, compriamo giocattoli educativi, mentre le mamme dell’Africa occidentale, quando arrivavano a Parigi, criticavano il fatto che giocando da soli i bambini non avrebbero sviluppato la comunicazione sociale (Jamin, 1994). Oggi, la nostra opinione è che i videogiochi, ad esempio, prodotti della nostra cultura, non facciano bene proprio perché isolano i bambini.

C’è da chiedersi, spostando il nostro focus dall’occidente ad altre culture, come sia possibile che, nella repubblica del Congo, i bambini in tenera età maneggino il machete per tagliare i frutti (Wilkie, 1989) o le bambine maya, di sei anni, accudiscano con grande abilità i piccoli della famiglia, mentre ai nostri bambini non chiediamo nemmeno di apparecchiare la tavola? 

Nello studio della Rogoff troviamo molti altri esempi che confermano inequivocabilmente come siano i nostri progetti sociali e i nostri modelli culturali a dare forma ai comportamenti e agli atteggiamenti dei nostri bambini (poi ragazzi) e ai modi di crescere e interagire con il mondo. Quindi, se nelle altre culture, quelle non occidentali, il processo educativo dei bambini sembra più armonioso e più integrato con la cultura e la socialità del gruppo, che cosa è accaduto al nostro progetto educativo?

Uno dei motivi è sicuramente da ricercare nel progetto scuola, ormai vecchio e inadatto ad accogliere i nuovi bisogni e le nuove istanze sociali (Masoni, 1990, 2000, 2022). Un altro motivo è che non siamo molto interessati a che cosa sta avvenendo al mondo dei nostri figli: non conosciamo gli eventi e i contesti delle loro esperienze di vita. Ancora, i cambiamenti sociali sono spesso indecifrabili per la rapidità con cui si alternano. Questo cocktail, che in altre realtà sociali sembra al momento meno drammatico, produce quello strano fenomeno, iniziato tempo fa, e diventato mito, per cui un padre sconta una mancanza di comprensione nei confronti del figlio adolescente: “Papà, tu non mi capisci!” Sbaaam!, la porta della cameretta si è chiusa.

Bene, ora, quello che voglio dire, certamente con l’intento di provocare delle reazioni, è che i nostri ragazzi non maneggiano un machete non perché non ne sarebbero capaci, ma perché noi adulti non sappiamo farlo e non sapremmo certo educarli a farlo. Ovviamente, non c’è nella nostra cultura il bisogno di andare nella foresta a procurarsi un frutto da tagliare col machete. Però, a questo punto, il paradosso è ancor di più a nostro svantaggio: nella tranquillità e agiatezza di una classe, belli, vestiti e profumati, che bisogno hanno i nostri ragazzi di essere indisciplinati,  oppositivi, svogliati, sfrontati, ecc.?

Per altri versi, questa risposta ribelle dei ragazzi ha portato noi adulti a ridefinire la normalità e ad etichettare i troppo ribelli come bulli, i più vivaci come affetti dal disturbo dell’attenzione, altri affetti dai disturbi dell’apprendimento, altri, con un piglio moralistico, come svogliati, incapaci, inadatti, ecc.

Comunque, il genitore, e noi adulti, dobbiamo considerare che tutto ciò che mettiamo in circolo, tutto il gran parlare della ribellione adolescenziale, spesso in modo sconsiderato (nei giornali e in TV), è come se fosse un invito agli adolescenti al comportamento ribelle e, non contenti, indirettamente, suggeriamo bene anche i modi in cui devono farlo.

Aldo Strisciullo

No Comments