Mondi alieni

Di che cosa parlano gli adulti? Quando un bambino di due anni sente i genitori parlare e rivolgersi a lui, che cosa accade? Esprimo qui una visione tutta mia (si fa per dire), di cui mi assumo quasi tutta la responsabilità. Cerchiamo di entrare nella mente del bambino e di metterci a guardare il mondo con i suoi occhi. Per facilitare l’operazione è utile che il lettore provi a ricordare qualche vago istante tra i due e i quattro anni.

Dunque, a due anni, il bambino non parla ancora la lingua dei genitori e comprende meno della metà di un quarto del senso delle parole che ascolta. Prima di tutto vede questo essere uomo-genitore che fa delle cose, grandi cose, e appare il padrone del mondo. Stessa cosa riguardo alla mamma. Vede muovere oggetti, vede degli effetti oppure delle cause – non lo sa ancora – poi osserva atteggiamenti, sente il tono della voce, sorrisi e sopracciglia aggrottate. Poi vede che il papà si rivolge alla mamma, poi a lui, e poi la mamma che si rivolge al papà e poi di nuovo a lui. A quella età, sente, letteralmente, le emozioni dei genitori. Sente il calore e il freddo delle emozioni dirette a lui o dalla mamma verso il papà e viceversa (queste sensazioni si occulteranno presto, sostituite dal linguaggio). Poi, ancora, il papà lo prende in braccio. Lui sente la forza, il potere di fare, ha conferme sulla sua dipendenza da quell’essere. Dato che il bambino è ‘tutto istinto e sensazioni’, ha un’immagine precisa dei suoi genitori, li conosce meglio delle parole che in futuro userà per descriverli a se stesso. Impara a conoscere le loro espressioni, le loro azioni e le cose che destano in loro una particolare attenzione.

Per farla breve, trascorso un po’ di tempo, forse verso i tre anni, accade una strana grande magia. Tutte le esperienze vissute con i genitori, tutte le sensazioni e ‘i pensieri’ che lo hanno attraversato fino a quel momento in un flusso disordinato, ad un certo punto, confluiscono in una strana percezione, concentrata dentro di sé da qualche parte. Questa percezione ‘cosciente’ ha ora un centro di gravità, e la sensazione che ne consegue è quella di ‘sentire’ di essere un’individualità, un ‘io’.

A quel punto, la sua incessante percezione e osservazione del mondo comincia a riferirsi a quella nuova sensazione, ‘cristallizzando’ un sé-io embrionale che avrà la funzione di mettere in ordine tutto quel che gli continuerà ad arrivare. Il bambino ha ancora delle percezioni molto amplificate del mondo, a 360 gradi, e sente e vede molto di più di quello che può contenere la sola parola io o le parole che ha imparato. Diciamo che il suo pensiero e le sue emozioni hanno la qualità della sua coscienza, ‘aperta allo spazio’ e ‘dentro’ tutte le cose che osserva. Potrebbe quasi leggere il pensiero dei suoi genitori.

Tuttavia, l’esposizione all’io adulto dei genitori che, dopo la loro di infanzia, è stato a sua volta inesorabilmente rinchiuso dentro quattro pareti, ‘corrompe’ le sue possibilità di percepire il mondo come un grande oceano in movimento e, a sua volta, inizia a ridurre e a conformare ciò che vede e ciò che sente al piccolo spazio che da adulto chiamerà ‘io’, un’io in linea con l’esistenza e i confini del mondo che ha trovato, creato dagli adulti.

Comunque, di tutta questa bella storia, tra le altre cose, ci interessa sapere che:

mentre avviene questo passaggio da un mondo ‘reale’ ad un mondo ‘diversamente reale’ (quello veicolato dall’educazione), il bambino costruisce le sue credenze di base che lo accompagneranno per quasi o tutta la vita, a meno che non abbia la possibilità di ‘decostruirle’ (quando, probabilmente, non funzioneranno); 

le credenze di base sono costruite in seguito alle considerazioni che il bambino fa mentre cerca di capire come è visto dai suoi genitori durante le interazioni comunicative: ‘sono amato, sono amabile, merito, non merito’ e così via;

una volta formato il ‘suo mondo’, egli lo crederà vero e sufficiente in tutto, lo metterà certo in discussione crescendo, ma bene o male avrà costruito le sue personali pareti;

ciò che dicono i genitori è reale, almeno in una prima lunga fase; 

il bambino per gestire le cose da imparare, userà una tecnica che in sintesi è: ‘pochi elementi, massima resa’. La sua tendenza sarà quella di massimizzare le sue intuizioni del mondo: ‘mio papà per ottenere questo, fa quello’. Questo diventerà anche il suo motto: ‘farò questo fin quando non otterrò anch’io quello’;

imparando ad usare il linguaggio sostituirà le parole con le sensazioni e le sensazioni con parole che però non rappresentano più interamente l’esperienza, mandando in tilt il suo mondo personale e creando inevitabilmente incomprensione con gli altri che, con le stesse parole, intendono spesso tutt’altro; 

cercherà di ottenere ciò che secondo lui i genitori hanno, cioè forza, potere, autonomia, capacità, energia, eccetera, entrando anche in competizione con loro o i fratelli e le sorelle se necessario;

le sue frustrazioni, forse, lo faranno crescere (si dice);

man mano che crescerà, dimenticherà il ‘primo mondo reale’ che verrà sovrascritto;

alcuni ricordi dell’infanzia, da adulto, avranno una strana qualità. Sono quelli costruiti nel primo ‘mondo reale’, ormai quasi sotterrato per sempre. Questi ricordi, avranno sempre un ‘gusto superiore’ alla maggior parte delle altre emozioni provate da adulto. Da adulto, di fronte a quei ricordi, proverà un ‘vero dolore’, cioè la consapevolezza di aver smarrito qualcosa di più autentico del mondo attuale;

per qualche motivo, anche se tutto nella sua infanzia ‘filerà liscio’, coverà sempre una qualche forma di risentimento, anche solo un filino, nei confronti dei genitori, delle sorelle e dei fratelli; 

da adulto, di norma, educherà i suoi figli secondo ‘i principi’ appresi nella sua infanzia; 

non si sentirà mai del tutto soddisfatto se, nel bene o nel male, non avrà soddisfatto il suo credo base;

da adulto percepirà l’infanzia come un incantesimo (spesso un incubo); 

infine, il bambino, crescendo, non si sentirà più legato alla natura, ma finirà per usarla solo in modo strumentale.

Estratto da: Aldo Strisciullo, E se i figli non vanno bene? La Fabbrica dei Segni, Milano, 2021

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