Se vuoi essere felice, smetti di inseguire il serpente

La psicologia moderna, non tutta ovviamente, sintetizza grosso modo l’esistenza pragmatica (e psicologica) in questo modo: le persone costruiscono la loro vita come un racconto. Il racconto, declinato in mille modi narrativi, è fatto di azioni, movimenti, pensieri ed emozioni… e conseguenze. Il sociologo William Thomas coniò nel 1928 questa frase: Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali esse saranno reali nelle loro conseguenze.

Come in un buon romanzo, il personaggio e i co-personaggi della trama fanno cose, agiscono e creano un movimento che a noi ‘sembra reale’ nella logica del racconto. Ma un romanzo ha un contesto, un contorno di possibilità, un certo linguaggio e certe definizioni. Dunque, la nostra vita, come in un romanzo, è definita dalle possibilità del linguaggio, dai contesti, in breve dalla cultura che delimita il contorno di azioni e significati possibili. Dunque, la vita non è reale, almeno nella misura in cui per reale intendiamo il credere a un qualcosa che a sua volta è costruito. Semmai la parte davvero reale è il processo stesso.

Una massima orientale, ben più antica della frase di Thomas è: il mondo è (una realtà) per sentito dire. Ovvero, ciò che sappiamo del mondo è, in effetti, ciò che abbiamo udito (e visto) del mondo e ciò a cui abbiamo creduto. Il nostro mondo mentale crede alla ‘realtà’ di ciò che si dice (più correttamente, si percepisce) o si racconta del mondo.

Ciò che definiamo con la parola problemi indica allora una discrepanza tra un determinato racconto della realtà e il nostro racconto più personale. Questa discrepanza, diciamo una non aderenza perfetta, è fondamentale per il moto creativo del sé e del mondo stesso. Ogni nostro moto psicologico è, in effetti, un tentativo di aderenza ad un racconto generale ed è proprio grazie a questo tentativo che il movimento generale della vita è creato.

Quando un bambino sente, apprende, che in una certa realtà le cose funzionano in un certo modo, ad esempio, ‘si deve voler bene ai nonni’. Il bambino si sforzerà di comprendere come e in che cosa consiste quella realtà nominata, quel ‘racconto’ (il dover voler bene ai nonni), e cercherà di aderirvi (o non aderirvi) creando un movimento ‘binario’ tra l’essere in un certo modo e il non-essere in quel modo. Se riuscirà ad aderire in un modo più o meno conforme a quel dato di realtà, in base alle idee e alle credenze personali costruite durante le sue esperienze (percezioni), egli sentirà di aver adempiuto ad una realtà, quella trasmessa dai genitori, ritenuta vera, e proverà una certa soddisfazione, un certo benessere, oppure viceversa, proverà malessere. Accade anche, ad esempio, che nel disobbedire a quella realtà, il bambino (o un adulto, rispetto ad altri racconti e realtà), potrà avere una certa soddisfazione, secondo appunto, il senso che egli da agli eventi: non obbedire consente una narrazione più conforme ad un altro stato degli eventi stessi e ad altre credenze.

Dunque, i problemi hanno la stessa natura della cosiddetta realtà, sono frutto di processi, narrazioni, secondo storie e racconti costruiti socialmente. Su questo piano, i problemi sono conseguenze della storia e della realtà narrata. Realtà però, nel senso appunto di una narrazione, quindi una realtà apparente, poiché possibile e basata su suoni e credenze.

In un mondo ideale, la realtà per essere tale deve essere condivisa da tutti e deve essere uguale per tutti, altrimenti non può essere definita tale, cioè come Realtà. Noi viviamo in un mondo ideale, cioè a narrazione zero, ma venendo al mondo, non percepiamo la realtà zero, percepiamo una parte, una narrazione appunto (una parte del racconto): ‘sono tizio, con queste caratteristiche, nato in questa cultura’. L’indimostrabile è che la somma di tutte le narrazioni è uguale a zero (o all’infinito).

Ogni problema psicologico, ogni difficoltà o facilità esistenziale hanno quindi diversi gradi, relativi al grado di realtà ultima a cui si riferiscono. Più la realtà è complicata più difficile è aderire a quella realtà in un modo soddisfacente. Nel nostro complicato mondo occidentale sovraccaricato da immagini, suoni, forme, stili e atteggiamenti materiali di vita, la domanda su quale realtà stiamo raccontando e abitando è pressoché scomparsa. Non porsi la domanda, non consente di vedere il problema, la discrepanza, e se non vedo il problema, non so che cosa alimenta la sofferenza. La sofferenza va intesa in senso generale, non al suo culmine (non c’è la faccio più, vado dallo psicologo), cioè come senso di incompletezza, disagio, continua tensione verso una sete che non si estingue mai.

Esiste un grado, un livello di narrazione sempre più generale (paradossalmente, sempre più semplice) che muove da un grado ad uno superiore, finché la liberazione psicologica (la felicità ideale) avviene abbandonando qualsiasi tentativo di aderenza ad una storia, cioè nel trascendere qualsiasi storia possibile: il non appartenere ad alcuna storia… Insomma, smettere di inseguire il serpente (o la carovana del tempo o il simurgh o la spuma dell’oceano).

Aldo Strisciullo

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