Ansia, ecc.

Ansia è una parola che ormai viene utilizzata per dire tutto e nulla. Viene usata un po’ da tutti come passepartout per ‘non comunicare’ o per lo più per proporre un gioco comunicativo (se ti dico che sono ansioso, tu che fai?).
Naturalmente, data la circolazione di certi linguaggi e la facilità d’accesso al mondo adulto, anche i bambini e i ragazzi ne fanno un largo uso. Quando imparano ad usarla, sanno fare molta impressione agli adulti, i quali si fanno spesso sorprendere dalla sua vaghezza e non si accorgono di un fatto importante: i ragazzi stanno provando che effetto fa quella parola, stanno sperimentando, e se scoprono che riescono ad avere un effetto, come hanno visto accadere tra gli adulti, la faranno propria, la parola si trasforma in qualcosa di reale: ‘ho l’ansia e questo preoccupa gli adulti’.
Alcuni autori, tra cui Watzlawick, avevano proposto di recuperare il vocabolario nascosto del termine ansia, per revocare il suo strano potere disorientante e recuperare altri aspetti dell’esperienza emotiva: eccitamento, batticuore, inquietudine, timore, tristezza, trepidazione, attivazione, preoccupazione, turbamento, impeto, agitazione, foga, tensione, stanchezza, eccetera (Romaioli, 2013). Se il genitore ‘spacchetta’ la parola, disinnesca la sua ‘magia’ e i suoi effetti saturi di senso comune (è ansioso, che si fa, dobbiamo consultare lo psicologo?), oltre a proporre al figlio una gamma di esperienze più ricca e meno vincolante.

Aldo Strisciullo, E se i figli non van bene? Edizione Fabbrica dei segni

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