L’invasione che non si vede e i “barbari verticali” di Ortega

0 Posted by - 14 settembre 2015 - Linguaggio, Società

…Ecco un articolo da leggere tra le righe… Forse l’uomo non possiede un senso storico e sarebbe necessario qualcos’altro: la consapevolezza, cioè quella capacità di ricordare a se stesso chi è di là dal mondo e dalle contingenze del tempo. Già, ma un uomo così è un altro uomo…

Aveva ragione Massimo Cacciari, sere fa, a ricordare che la parola “invasione”, nella lingua italiana, non è sempre e soltanto sinonimo di azione militare in un territorio altrui. Per parlare di invasione non occorrono i panzer hitleriani, come nella Polonia del ’39, e nemmeno le truppe di Putin o le milizie dell’Isis. Lo conferma il dizionario Treccani (http://www.treccani.it/ vocabolario/invasione/) che alla prima, più comune definizione di invasione come “Ingresso nel territorio di uno stato da parte delle  forze armate  di uno stato belligerante, per compiervi operazioni belliche, con o senza l’intenzione di occuparlo stabilmente”, affianca accezioni meno guerresche, anche se non meno inquietanti, per esempio: “Con riferimento soprattutto alla storia medievale, la penetrazione in un territorio di popoli che migrano in cerca di nuove sedi”. Barbari, alieni, dunque. Con o senza un Attila alla guida, ma comunque portatori di altri valori, di altre culture, percepite dai residenti come estranee se non ostili. C’è poi il significato estensivo di invasione, detto di “qualsiasi cosa che irrompa in un luogo occupandolo o diffondendovisi in gran quantità”. Topi, cavallette, epidemie. E questa è probabilmente l’idea che hanno alcuni dell’emergenza profughi.
Ma esiste un’altra accezione del termine che non troverete in nessun dizionario, perché è una metafora creata da un grande filosofo del Novecento, lo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955) nel suo libro più celebre, La rebelión de las masas, “La ribellione delle masse”, pubblicato nel 1929 (potete trovarlo nella traduzione italiana edita da SE nel 2001, e forse sarebbe il caso che qualche editore lo ristampasse). Un’invasione che non viene da fuori, ma dall’interno, dal basso: l’invasione di quelli che Ortega chiama i “barbari verticali”. Che non sono stranieri, parlano la nostra stessa lingua, sono figli nostri: figli degeneri, esseri primitivi sbucati all’improvviso dalle viscere stesse della società europea. Uomini-massa privi di cultura e di coscienza individuale, portati ad agire in branco e a cadere facile preda di demagoghi e tiranni. Ortega ha in mente i totalitarismi che vede avanzare intorno a sé, ma la sua analisi va ben oltre l’orizzonte del “secolo breve”.
L’uomo-massa del Novecento, secondo il filosofo liberale, “si trova circondato da strumenti prodigiosi, da medicinali benefici, da Stati previdenti, da comodi diritti. Ignora, viceversa, quanto sia stato difficile inventare quelle medicine e quegli strumenti e assicurare per l’avvenire la loro produzione; non si rende conto di quanto sia instabile l’organizzazione dello Stato, ed è un miracolo se sente dentro di sé qualche obbligo”. Succede così che si faccia abbindolare dal primo “semplificatore” che gli propone scorciatoie rovinose, dittature del proletariato, primati della razza ariana, guerre o avventure imperiali.
“La civiltà – ammonisce Ortega – quanto più avanza si fa più complessa e più difficile. I problemi che oggi impone sono intricatissimi. Ogni volta è minore il numero di persone il cui intelletto sia all’altezza di questi problemi. Il dopoguerra (post Prima Guerra mondiale, NdR) ce ne offre un esempio assai esplicito. La ricostruzione dell’Europa – lo stiamo vedendo – è un’impresa troppo algebrica, e l’europeo ‘volgare’, si rivela inferiore a così sottile compito. Non è che manchino i mezzi per la soluzione. Mancano le teste. Più esattamente ci sono alcune teste, molto poche, però il corpo volgare dell’Europa non vuole mettersele sopra le spalle”. Non sembrano parole scritte nel 1929. Conclude il filosofo spagnolo: “È chiaro che col complicarsi dei problemi, si vanno perfezionando anche i mezzi per risolverli. Ma è necessario che ogni nuova generazione s’insignorisca di questi mezzi progrediti. Tra questi – per precisare un po’ – ce n’è uno, naturalmente unito col progresso di ogni civiltà, che è di portare molto passato sulle spalle, molta esperienza; insomma: storia. Il sapere storico è una tecnica di prim’ordine per conservare e continuare una civiltà matura”.
Di questa “tecnica” avremmo più che mai bisogno nel guazzabuglio ingovernabile del mondo globale. Invece siamo invasi da orde di semplificatori che ignorano la storia. “Barbari verticali” che usano Twitter o Facebook come manganelli, o sparano raffiche di fonemi nei talk show. Riccardo Chiaberge