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Mio figlio va male a scuola

Come tutte le costruzioni umane la scuola è un’entità stratificata e complessa. Di solito, quando se ne parla, la si riduce a termini quali programma, classe, didattica, ecc… Tuttavia è solo nell’immaginario collettivo che queste parole continuano a definire il “fare scuola” contribuendo a mantenere inalterata l’immagine ideale dello studente: un bambino o un adolescente che, grato per l’opportunità, ogni mattina si reca a scuola desideroso di apprendere e, in rispettoso silenzio, ascolta e scrive. La “prassi scuola” è invece altra cosa. Gli studenti sono spesso disobbedienti, irrequieti, disinteressati alla lezione. L’aspetto sociale della classe, altra novità dei cambiamenti in atto, pone diversi problemi di adattamento nella conduzione dell’ora di lezione. Il programma è ancora un punto di riferimento per la didattica di molti docenti. Dovremmo quindi immaginare un nuovo modo di fare scuola, ma dovremmo anche intenderci in che modo il cambiamento potrebbe avvenire. La nostra breve riflessione è dunque centrata sul modo di essere delle nuove generazioni, sul loro stile di pensiero e di apprendimento e sulle evidenti contraddizioni della vita scolastica. La scuola non riesce a recepire il divario importante tra le richieste sociali che stimolano i ragazzi a sperimentare, ad emanciparsi e a crescere in fretta, e il suo modello di formazione che invece li costringe ad una condizione di passività.

 

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Mio figlio va male a scuola:

Silvia Maurano, Aldo Strisciullo, Mio figlio va male a scuola, edizioni La Fabbrica dei Segni, 2017

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